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| Konon, Vossìa 2010. |
Introduzione
La lingua così come i generi musicali sono discipline in continua mutazione.
Il siciliano
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| Konon, Vossìa 2010. |
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| Konon, Vossìa 2010. |
I dialetti siciliani si possono dividere in tre macro zone linguistiche: siciliano occidentale, diviso tra area palermitana, trapanese e agrigentina; siciliano centrale, diviso tra le aree nisseno-ennese, agrigentina orientale e delle Madonie; e siciliano orientale, diviso in area siracusano-catanese, nord orientale, messinese e sud orientale. Il sanconese è il risultato di vari dialetti siciliani appartenenti al siciliano centrale, orientale e della variazione metafonetica centrale (caratteristica delle le province regionali di Enna e Caltanissetta, inclusi i comuni "gallo-italici”). Nato a San Cono, questo dialetto è il risultato delle parlate dei primi abitanti che, assecondando la proclama del marchese Trigona, si trasferirono in questo piccolo paesino negli ultimi anni del ‘700. In questa sessione si tentarà di definire le caratteristiche del sanconese come dialetto sanconese standard.
Alfabeto e Fonetica:
L'alfabeto sanconese si compone delle seguenti 22 lettere:
A B C D E F G H I J L M N O P Q R S T U V Z
Corrisponde quindi a quello italiano, con l'aggiunta della J.
Le principali caratteristiche fonetiche sono:
- La i è pronunciata i come in italiano e ɪ come in inglese big.
- La u è pronunciata u come in italiano e ʊ come in inglese good.
- La d se è una sola si pronuncia normalmente d, mentre se sono due è pronunciata retroflessa con una "r", anche essa retroflessa: ɖɖɽ. Esempi: beddu, cavaddu.
- Il gruppo tr si pronuncia sempre retroflesso: ʈɽ. Esempi: strata.
- La z si pronuncia quasi sempre sorda (ts) raramente sonora.
- La j si pronuncia j come la i italiana di ieri.
- La h non è muta, ma comporta un'aspirazione. Fa eccezione quando è usata per distinguere il verbo avere: in questo caso è muta.
Troppo spesso, ci manteniamo ancorati ad un concetto ormai superato di musica. Per noi occidentali la musica è sempre stata sinonimo di professionismo e di virtuosismo e la nostra produzione popolare tradizionale è un patrimonio folkloristico al quale ben pochi riconoscono il reale, profondo valore socio-culturale. La musica, tutta la musica, arricchisce l’essere umano con il potere del suono e del ritmo, dà consolazione e gioia all’uditore, all’esecutore e al compositore. La musica favorisce i trasporti dell’anima e stimola le più importanti facoltà umane: la volontà, la sensibilità, l’amore, l’intelligenza e l’immaginazione creatrice. La Musica è l’arte di combinare dei suoni secondo regole che variano in base alle epoche e ai luoghi. E’ un’ottimo punto di partenza per rompere barriere altrimenti insormontabili, il suono, e con esso la musica, costituiscono infatti una valida modalità di comunicazione. Tutto il corpo è sensibile al mondo sonoro. Le modalità per esprimersi attraverso la musica sono infinite e ciascuno deve trovare quella più congeniale alla propria sensibilità, alle proprie abilità ed al proprio carattere. Ciascuno di noi possiede un proprio ISO, un suono proprio interiore, grido o canto strettamente personale che racchiude in sé la forza vitale dell’individuo. Attraverso la musica scopriamo un mezzo, sincero e personale, al di là delle convenzioni e delle abitudini, per esprimere se stessi in qualunque luogo e in qualunque momento. Come già nell’antica Grecia, in Sicilia la musica occupava un posto di rilievo nella vita dei siciliani. In un primo tempo veniva tramandata oralmente di generazione in generazione grazie all’esecuzioni pubbliche in cui poesia, danza e canto accompagnato costituivano un’unica forma artistica, sia religiosa che profana. Dopo la conquista dell’Italia meridionale e le guerre puniche la musica romana ne fu fortemente influenzata. Accanto al canto Gregoriano da Roma si esportò la produzione dei trovieri, la monodia profana. I canti di questo tipo venivano accompagnati da strumenti e i temi preferiti erano le imprese di eroi, di Santi e canti meno raffinati che si potevano ballare durante le feste popolari.
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| di Lorena Cinquemani 2010 |
Prima fu il canto come necessità di comunicazione e dopo vennero gli strumenti. Il canto è la forma più antica di espressione dell’uomo, nata probabilmente come imitazione del “canto della natura”. Prima della parola e oltre la parola stessa c’è il canto. La voce umana è la fonte più antica e spontanea che possa coscientemente dar origine alla musica. La voce, inoltre, è lo strumento più individuale, unico, personalizzato e coinvolgente che esista. Nella voce scopriamo uno strumento grezzo che, in esso, ha il valore pre-sintattico del linguaggio. In principio era il Melos… e poi nacque il canto popolare siciliano di tradizione orale, il canto spontaneo che si è congiunto, mescolato, con la poesia popolare nata in Sicilia e trasmessa oralmente. I canti popolari nacquero infatti come melodia sulle quali adattare la poesia ereditata dai padri, la lingua parlata che seppe fondersi docilmente con la forma ritmica della sua musica, una melodia che sicuramente la Sicilia ha prodotto, assorbendo nei secoli gli apporti di tutti i popoli che ne hanno calcato il suolo e facendone sue le espressioni artistiche estranee con le quali e’ venuta in contatto. L’arte popolare è sempre in condizione di ricettività; se un canto creato dal singolo veniva apprezzato ed adottato, diventava nel tempo, oggetto di tradizione. Il canto che nasceva da rustici poeti di paesi e villaggi sconosciuti, diventava il canto di tutti; il popolo premiava il loro merito col tramandare questa melodia, con l’impararla, col passarla di bocca in bocca da questo a quel paese, dalla montagna alla marina, dal campo al mercato. Via via si andava ritoccando, prendeva il colore locale, si creavano le varianti. In poco tempo si espandeva, veniva ripetuto in ogni dove, passava confini di paesi fino ad entrare a far parte del patrimonio comune, custodito, tramandato, ripetuto. Il commercio, le comunicazioni, i pellegrinaggi, le guerre, le grandi feste religiose, diffondevano i canti che venivano adottati, abbelliti, accolti, modificati, secondo le abitudini ed il carattere del popolo. Spesso accadeva che alcuni canti superassero i confini dell’isola assumendo altre forme dialettali, divenendo canti toscani, lombardi, veneti. "Ogni genere di poesia e canto popolare deve andar preso quale rivelazione del sentimento speciale dell’individuo del popolo". L’intervento strumentale negli antichi canti popolari, dominio della pura vocalità, in origine è pressoché nullo in quanto la compiutezza melodica del canto, a giudizio del popolo non lo richiede ; esso appare in un momento successivo, quando l’esecutore in circostanze speciali, vuol fare mostra di particolare abilità o durante le feste. Importante era l’apporto della poesia popolare largamente utilizzata presso le classi del popolo, e ad essa si rifaceva il repertorio dei Triunfisti. I Triunfi venivano eseguiti durante la festa ricorrente , per devozione, da un gruppo di suonatori; anticamente erano gli Orbi, più recentemente gruppi di due o tre suonatori, del popolo, che in casa, per strada, davanti ad un’edicola addobbata, o davanti ad un altarino con l’immagine del Santo, o davanti la porta di casa del devoto che chiama ad eseguire il trionfo, suonano il violino, la chitarra, a cui recentemente si è unita la fisarmonica e il mandolino, ricevendo in cambio del denaro. Il triunfo inizia con un brano allegro, poi racconta la vita del Santo, e si conclude con la suonata a complimento. Tra i riti, raccontati dalla tradizione popolare, quello che più affascina è la Mattanza accompagnata dalle cialome. Le cialome, antichi canti che rinnovano il secolare rito che conduceva i tonni nella camera della morte. Questi canti danno un ritmo concorde allo sforzo dei tonnaroti che si piegano a tirare le reti restringendo lo spazio tra le imbarcazioni nella fase più faticosa, l’assummata; tirano così in superficie il coppu con i tonni prigionieri. Nei canti popolari, i siciliani hanno documentato la vita quotidiana del popolo; essi sono diventati un documento storico e filosofico, morale e religioso. "Nelle nostre canzoni popolari, la composizione poetica, sotto l’influenza diretta della melodia si sviluppa in una serie di immagini che si legano tra di loro, al di fuori di ogni nesso logico, una sintassi libera che ha tutti i caratteri dell’improvvisazione, una grande ricchezza di parole arcaiche, nella cui scelta la sonorità ha grande importanza, una lingua vincente in continuo divenire, sotto l’alito creatore della musica. Il testo poetico è come un materiale grezzo che il cantore dispone sotto la melodia come gli pare, con l’espressione dei sentimenti umani fondamentali; quando l’esecutore ha reso quel sentimento, con un inciso melico caratteristico, ha reso in pieno il sentimento del popolo." Un patrimonio di sentimenti affidato a melodie accorate, vario nei temi, inesauribile, immenso che trova voce nella cantilena solitaria del carrettiere, nel lamento del carcerato, nel canto d’amore ricco di sfumature, nella poesia dei cantastorie, veicolato da una vocalità elementare ricca di passioni. La voce è una sfida alla memoria perch’è in essa la storia di ognuno, le esperienze passate dal ventre di nostra madre in poi. La voce ci concede un passato la cui esperienza ignoriamo. Il popolo ha cantato: Canzuni, Ciuri, Arii, Orazioni Diesilli, Razioni, Storii Canzuni di naca e Jocura.
Strumenti popolari siciliani
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| Konon, Vossìa 2010. |
Gli strumenti popolari siciliani rappresentano una componente essenziale nell’esecuzione della musica popolare oltre che un valore storico, psicologico, magico- rituale, e socio-culturale; il Pitrè ne fa una menzione nei giochi fanciulleschi e per certi ricorrenze religiose; Salamone Marino, fa un semplice accenno parlando del Carnevale dei contadini. Qualche notizia ci viene dalla studiosa catanese Carmelina Naselli, che parlò nel 1949, di strumenti da suono della musica siciliana. Vi sono alcune testimonianze che si possono trovare nella letteratura demologia del secolo scorso o nei resoconti dei viaggiatori stranieri in Sicilia, nel Settecento o nell’Ottocento che ci parlano della presenza di strumenti musicali popolari. Non ci sono feste senza musica, canti e danze - scrive Helèn Tuzet riportando le note di viaggio di Barteìs, - i ballerini girano con grazia e dignità... le danze sono accompagnate da flauti, cennamelle, ed altri strumenti a fiato... Anche Alexandre Dumas, in viaggio in Sicilia, ci lascia una testimonianza di una festa tradizionale briosa: - Si danza da soli, in due, in quattro. In otto, come si vuole, un uomo con un altro, una donna con un’altra... l’orchestra si componeva di due soli musicisti, uno suonava il flauto, l’altro una specie di mandolino. Così scrive il Salamone Marino – due suonatori uno con il contrabbasso, l’altro con il violino, o lo zufolo, non mancano mai: la domenica si piantano in una piazza, dove non appena hanno dato l’aria a due note, veggonsi circondati da una folla di giovani villici.... Quei musici vi danno un pezzo (caddozzu) di fasola, o di tarantella, tutte musiche popolari un tempo accompagnate dal canto... - Né difettano mai gli strambotti tradizionali, ed i fiori o gli stornelli, - scrive sempre il Salamone Marino - quali sono cantati solitamente da giovani con accompagnamento di scacciapensieri, (mariolu, ngannalarruni) o di zufolo, (friscalettu) strumenti che abitualmente essi portano in tasca. Gli strumenti musicali a corde, detti anche cordofoni sono strumenti muniti di corde, di nylon o metallo o di budella di ovini, minugia, che possono venire: pizzicate, strofinate, o percosse. Gli strumenti a fiato, detti anche aerofoni sono detti comunemente strumenti a fiato, gli aerofoni sono corpi cavi a forma di canna o tubo che producono il suono con la vibrazione della colonna d’aria in essi sospinta: quanto più lunga ed ampia è questa colonna d’aria, tanto più gravi sono i suoni che essa produce. Gli strumenti a percussione: sono strumenti adatti a sottolineare il ritmo di un brano musicale, ed hanno anche un’importante funzione coloristica ed espressiva; sono distinti dal modo in cui vengono posti in vibrazione a seconda che siano percossi, strofinati, pizzicati e scossi.
Cantati ‘sta Sicilia
Scritto il testo e abbellito negli accordi diventa il brano pilota del progetto Vossìa. Chi canta, nel brano, è un Ulisse alla ricerca di Itaca. Un viaggiatore che approda in un’ Isola i cui argini sono sempre più fragili, il cui caldo è capriccioso, sudato, afoso, come olio sulla pelle. Quì dove il tempo, a volte, si ferma impari a fare sempre la prima mossa, ma mai la seconda. I continui rinnovi di propositi e le fughe dal cambiamento, a volte però, lasciano spazio a chi , negli scogli di pirandelliana memoria si lanciano senza esitazione alcuna. Chi ha paura di reinventarsi e chi s’incammina in sentieri infiniti con la voglia di volerli percorrere tutti fino al punto esatto in cui si spengono. Nella terra in cui trovi tutto, ascolti anche l’eternità. In questa terra è la sabbia che rimpiazza la neve, qui si è assorti nei sogni, ciechi agli intrighi e mai sordi alle chiacchiere. La Sicilia, uno dei luoghi al mondo dove l’uomo avrà vissuto più tumultuosamente, è il risultato di tanti eccessi. Lussi splendidi e barbarici non permettono si possa proclamare la verità per le strade, i fatti si sdegnano e le ipotesi si avvantaggiano. Avvinti nei lacci dei luoghi comuni i più con fatica tentano la risalita,
Abbiliata
Le madri in Sicilia sono madri per sempre, non riescono mai a staccare un cordone che troppo forte le cinge ai figli. Un collante che, mai staccano, riesce a farle sentire intima parte di qualcosa. L’amore per i figli è della stessa sostanza della paura, della malattia, della gioia e della vergogna. Diventare madre vuol dire abbracciare, docilmente, la vita. Le madri siciliane, però, attrici di una realtà matriarcale sentono forte il peso della responsabilità nella crescita dei pargoli, che con sorriso sapiente allevano. Mai pronte al distacco, aspettano mentre sgranano fagioli. Opposte all’abbandono, con le facce stropicciate come letti sfatti, attendono tutte le notti il rientro dei figli che crescono. I loro toni piatti e annoiati fanno a gara con i bisbigli interminabili di chi torna noncurante del loro aspettare. Bisbigli che si trasformano in quel tipo speciale di risata silenziosa che le madri, come le insegnanti toste odiano più di ogni cosa. Quando a casa non si torna più, o peggio ancora la si abbandona, il dolore nel petto diventa sempre più sordo. Un manto, nero, copre allora ogni cosa. Muoversi nelle orbite individuali poco aiuta alla condivisione, e le strade delle madri e dei figli si allontanano sempre più. Con queste donne bizzarre, forse, non potremo mai spuntarla. Le parole, espresse con scaltra eloquenza, ci seducono, ci ammaliano, ci proteggono.
Cuncimi
cuncimi mitticcinni na visazza falla comu vo sempri cucuzza je.
Certe espressioni, certi modi di dire, persino certe invenzioni linguistiche vengono consciamente o no, dal modo in cui parlano i nostri genitori, i nostri zii e i nostri conoscenti. In tutto questo corre qualcosa di fondamentale, di decisivo. Nato come brano "a cappella" ha assunto, nell'ultima rivisitazione, una veste più contemporanea. Il testo è una rivisitazione di proverbi siciliani registrati e riportati fedelmente sullo spartito ancor prima della stesura musicale. In cuncimi le strofe si alternano non in modo astratto e intellettualistico, ma in modo concreto e colorito. E’ un brano ricco di sentimento e forza espressiva. Svela porticati che si aprono versi spazi ampi e sconfinati, verso mete irragiungibili e pertanto affascinanti. L'uso di strumenti ausiliari o contaminazioni elettro-acustiche colloca il brano in una categoria la cui espressività e tecnica esulano dal contesto prettamente vocale.
Lola
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| Konon, Vossìa 2010. |
Il fascino delle strade di molte città siciliane risiede nella continua scoperta di un mondo dietro l'angolo. Quasi per caso, un giorno, mi ritrovai sull'uscio di un bordello, la casa di Lola. Donna Lola era talmente tante cose che non si sa mai da che parte incominciare a descriverla. I suoi tratti erano tutt'altro che perfetti, eppure nell'insieme davano vita a un risultato attraente, un'involontaria armonia. Mi parlò della sua schiena color miele e degli splendori della sua bocca, dell'amore viscerale dei suoi due persiani e dei suoi amanti migliori. Sembrava fumasse per concedermi tutta una serie di smorfie mentre la lingua appariva per leccare le labbra incollate al filtro. Con un sorrisetto di inequivocabile soddisfazione incominciò a parlarmi di sesso, o meglio di quanto importante fosse per lei. Nella sua casa regnava un'atmosfera illecita, di rilassati principi morali. Mi aggiravo per la casa, mentre mi raccontava di lei, i mobili erano talmente antichi che mandavano segnali di stabilità e di ben radicate opinione. La sua voce aveva un suono non privo di fascino, una mistura di flauto e fagotto, indimenticabili le consonanti leggermente strascicate. Ricordo ancora una certa fretta e l'ansimo che metteva in tutte le frasi che pronunciava. "Sarti e banchieri la chiamavano Lola" e mai seppero se "fu peggio la lupa o la febbre spagnola". Parlava con una tale intensità di sesso che il pavimento del salotto sembrava sfarfallare. Rimasi in silenzio a lungo, tamburellando pensosamente sulla poltrona il pollice e l'indice. Fu allora che, vedendomi assopito e silenzioso, mi lanciò un'occhiata che prometteva rogne e disse che gli uomini siamo una malarrazza. "Vi sentite mezzi masculi se non proviamo piacere quando ci toccate, e siamo buttane se incominciamo a godere" continuò dicendo: "e Vossìa comu la voli la fimmina?". Mai avevo visto una donna così libera, così tanto disinibita che incominciai a idealizzare il modello di donna perfetta. Il caso mi aveva portato in una casa che presto scoprii essere un bordello, ma la donna che stavo conoscendo non era semplicemente una prostituta. Era il risultato di tutta la letteratura scientifica sulle relazioni di coppia, un trattato vivente sul sesso. Era soprattutto una donna coraggiosa che denunciava vizi e vizietti di amanti che le avevano relegato il ruolo della meretrice. Per la prima volta, capivo che il sesso è libertà, la sessualità libera e sconfinata che se repressa diventa la base di numerose patologie. Da allora capii che la soppressione del mondo pulsionale provoca una mutilazione della personalità. Per sempre ho imparato che la negazione delle esigenze del corpo diventano impulsi incontrollati. Le pulsioni, non educate e condivise, non hanno modo di esprimersi se non in modo perverso. Dopo una strofa che La introduce, il ritornello diventa la sua dichiarazione al mondo. Il suo venire allo scoperto, una condanna alla morale, una spudorata vitalità che si rintraccia in un ritmo incalzante, continuo e dinamico.
Sul filo del tempo
Brano dedicato a Rita Atria che in Vossìa trova posto per la sua capacità di rinunciare a tutto, finanche agli affetti della madre (che la ripudiò e che dopo la sua morte distrusse la lapide a martellate), per inseguire un ideale di giustizia. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu Paolo Borsellino al quale ella si legò come ad un padre. "Fimmina lingua longa e amica degli sbirri" disse qualcuno intenzionalmente, e così al suo funerale, di tutto il paese, non andò nessuno. Non andò neppure sua madre, che, disamorata, fredda e distaccata, l'aveva ripudiata e minacciata di morte perché quella figlia così poco allineata, per niente assoggettata, le procurava stizza e preoccupazione. Inoltre, sia a lei che a quella poco di buono di sua nuora, Piera Aiello, che aveva plagiato a picciridda, non perdonava di aver "tradito" l'onore della famiglia. Nata in ogni paese, ha difeso con fatica la sua dignità. Nata e morta in ogni paese, ha camminato in ogni strada del mondo che vediamo.
Chiromante del Pensiero
Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo. Come un viaggio che ha il pregio di contenerne molti altri, questo brano è un momentaneo silenzio della nostra presunzione, del nostro quotidiano caotico. La madre cui si fa riferimento nel brano è La Sicilia, quella sognata da poeti, cantastorie e da tutti i pazzi che l'hanno immaginata diversa. La tensione principale è quella del recupero di una dimensione autentica, contro ogni tipo di omologazione culturale. Le strofe si articolano su pensieri associativi, unificati dal ritornello che propone una chiave interpretativa complessiva del pezzo, ma sempre e comunque anche da una forte tensione etica. L’arte crea, fuori dal mondo esistente, il mondo che dovrebbe essere. Chiromante del Pensiero, è un brano che sembra sognato, una canzone nata in quell’istante speciale tra il sonno e la veglia, ma cos’è la realtà se non un sogno condiviso? Nel brano prende forma una terra diversa, una realtà che si discosta dalla realtà perchè l’immaginazione ruba il senno anche ai saggi, soprattutto se si vuole fuggire dallo stato attuale delle cose. Una società in preda a incontenibili pulsioni narcisistiche, e sbocchi nevrastenici alla “lei non sa chi sono io”, e ossessionanti mire di carriera e di autoaffermazione (che formano legioni di frustrati e, di pari passo, legioni di violenti), in mille storie trova le sue pessime conferme. Da quì vogliamo sparire, per rifugiarci in una nuova terra, in una fortezza in mezzo al mare. Una nuova dimensione, un’altra chiave di lettura non sappiamo se risulti ingannevole o divina, di certo il sentimento che più ci affascina è la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Questo brano ci fa venire voglia di essere migliori, e se qualcuno pensa si stia vendendo pazzia chiedete pure conferma al chiromante del pensiero. In Chiromante del pensiero il sacro gioca con il profano, con la mitologia e la fantasia, a volte con arroganza a volte con prudenza come farebbe uno stilita, si ammira la meta. La meta raggiungibile solo se a casa si lascia l’indifferenza e con lei qualche forma di cinismo. Partiamo dunque, per conoscere e non per dominare la meta.








Nato da una costola di Vossìa, Variazioni in Siculish è la naturale evoluzione di uno studio filologico-musicale sul dialetto siciliano. Si tenterà di indagare sulle trasformazioni delle varianti del siciliano prestando, particolare, attenzione al Siculish. Il recupero, la raccolta e la ricerca, non andranno subiti passivamente, bensì come occasione verso un nuovo modo di considerare la musica influenzata dalle lingue e, soprattutto, dai dialetti popolari. Come e perché è influente il dialetto siciliano? Perché scrivere in siciliano impreziosisce la musica siciliana? Perché la nostra conoscenza delle varianti dialettali è così rudimentale? Al fine di dare delle risposte ai quesiti si sono scelti due canali paralleli: il libro, e il cd musicale. La scrittura e la musica intervalleranno l'attenzione del lettore auspicandone la costante attenzione. Questa è un'analisi sulla lingua che cambia, sulle influenze dialettali acquisite dalla musica. L'excursus sul dialetto siciliano e quello sulla musica "made in Sicily" sarà alla base del contesto iniziale. Lo studio del Siculish, nonostante i timidi tentativi di analisi degli ultimi anni, è ancora pressoché agli inizi. La disciplina tradizionale, la dialettologia o geografia linguistica, continua ad ignorare il fenomeno così come la musicologia trascura le influenze dialettali sulle composizioni musicali. Fondamentale sarà ripercorrere temi come la migrazione siciliana, il dialetto siciliano; necessario sarà il riferimento alla neo-migrazione siciliana. Particolare attenzione verrà data alla musica di Variazioni in Siculish, all'analisi del lessico utilizzato, al rocambolesco tentativo di rispettare le intenzioni di coloro i quali il Siculish lo parlano tuttora. La prospettiva storica e i rimandi geografici sono riconducibili alla Sicilia e agli Stati Uniti d'America. Il periodo che viene preso in esame, parte dal primo grande esodo migratorio di fine ottocento alle più recenti fughe di "cervelli siculi". Il mio è un tentativo di studio per far scoprire un territorio ancora vergine o solo in parte esplorato. La posizione critica riscontrabile nei contenuti delle canzoni del progetto e gli esperimenti musicale da intercettare nei brani che caratterizzano la raccolta, devono rappresentare uno spunto rispetto al quale il lettore-ascoltatore formulerà una propria analisi di neo-lingua e di musica contaminata. Per validare l'analisi di questo libro mi atterrò agli studi finora condotti sull'insieme di dialetti e parlate romanze della Sicilia, mi conformerò all'analisi dei sistemi fonologici, morfologici e sintattici. Per il lessico, invece, sarà necessario sconfinare dalla ricerca ancora incerta sul siculish. La terminologia tecnica musicale per spiegare i brani, contenuti nella raccolta, sarà prudente per la comprensione dell'esperimento. Difficilissima è stata l'analisi musicale perché, prima di Variazioni in siculish, non esistevano tentativi di siculish in musica. Non c'erano metri di paragone ma solo timide notizie, rintracciabili per lo più sul web, che non esaurivano oltremodo la ricerca. Tuttavia, non solo gli addetti ai lavori, ma anche chi di notazione musicale è digiuno, ascoltando i brani contenuti nel cd, riuscirà a decriptare concetti che la scrittura complica. Ascoltando la musica di cui si tratta si parteciperà ad un'esperienza interattiva che spiegata solo da dati e diagrammi risulterebbe noiosa. L'ultima parte, divisa nei due capitoli, Siculish e Musica siculish, è dedicato al tentativo di tratteggiare l'idioma che i siculo-americani hanno prima subito e poi scelto.
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